
Nel numero 11 della rivista scientifica Newton, del mese di Novembre 2005 è apparso un articolo molto interessante.
Recenti scoperte operate dalla scienza hanno attestato che, quanto insegnano da migliaia di anni le filosofie yogiche in merito al respiro e al battito cardiaco, sono assolutamente vere.
I grandi Maestri di Yoga e Meditazione, da sempre hanno sostenuto che la durata della vita è legata al numero di respiri e di battiti cardiaci, ed è proprio per questo motivo che gli esercizi yogici di Pranayama, o le Meditazioni che hanno lo scopo di rallentare le frequenze respiratorie e cardiache, di fatto, allungano la vita.
La scienza, oggi, ha scoperto che, per esempio, un topo vivrebbe quanto un elefante, se solo fosse capace di ridurre la “frettolosità” dei suoi respiri e dei suoi battiti cardiaci, rallentandoli allo stesso livello di quelli di un pachiderma.
Lasciamo a questo punto la parola alla rivista scientifica Newton.
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Un topo non vive più di qualche anno, mentre un elefante arriva a 70. In un certo senso, però, entrambi gli animali hanno vissuto la stessa quantità di vita. In pochi anni, infatti, il topo concentra il medesimo numero di battiti cardiaci e di respiri che un elefante compie durante tutta la sua lunga vita, ed è anche più intenso il ritmo con cui le sue cellule bruciano energia, sono più rapide le contrazioni dei suoi muscoli e più brevi i tempi di maturazione e di gestazione.
Tutto nel topo è accelerato, proprio dello stesso fattore che accelera la sua vita rispetto a quella del pachiderma. Sembra che per progettare il topo, qualcuno abbia semplice mente compresso un elefante nel tempo e nello spazio.

Ma la stessa legge che lega la lunghezza della vita alla sua velocità si ritrova anche in un passero, una gazzella o un uomo, praticamente vale per tutti gli uccelli e i mammiferi. Gli animali piccoli vivono velocemente e muoiono presto, gli animali grandi trascorrono lentamente una vita più lunga.
«E come se tutti avessimo ricevuto la stessa quantità di vita», dice Brian Enquist, biologo dell'Università dell'Arizona. «Ma alcuni se la bevono tutta in un sorso, altri la centellinano lentamente».
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Gli scienziati sanno da molto tempo che il metabolismo, cioè l'insieme di processi biochimici che costituiscono la vita, ha una relazione matematica diretta con la dimensione degli animali: è proporzionale alla massa elevata alla potenza di 3/4 (un numero che si ottiene elevando alla terza potenza e quindi estraendo due volte di seguito la radice quadrata). La ragione dietro questa legge è però rimasta un mistero fino a pochi anni fa, quando il centro di ricerche interdisciplinari Santa Fe Institute fece incontrare Brian Enquist, il biologo James Brown dell'Università del New Mexico e il fisico Geoffrey West del Los Alamos National Laboratori. West, oggi presidente del Santa Fe Institute, stava applicando le sue conoscenze di fisica delle alte energie per capire i segreti della legge matematica che unisce il metabolismo e la dimensione degli animali. I biologi Enquist e Brown invece avevano scoperto che il metabolismo delle piante segue le stesse leggi di proporzionalità del mondo animale e volevano capirne i motivi.
Dopo un paio di annidi lavoro in comune, i tre ricercatori sono riusciti a creare una teoria che fornisce la relazione tra metabolismo e dimensioni valida per quasi tutti gli esseri viventi, provandone la correttezza su centinaia di animali e piante diverse. E per completare il lavoro, Brown e West hanno poi riassunto la teoria in una singola formula matematica, chiamata equazione master, che permette di calcolare il tasso metabolico di un qualsiasi essere vivente, cioè la quantità di energia che consuma in ogni secondo, conoscendone unicamente le dimensioni e la temperatura.
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